Il Barbone delle Dune 3


Negli anni passati si organizzavano spesso feste sulla spiaggia. Compleanni, lauree, partenze e altro erano tutte ottime scuse per portare un tavolino sull’arenile di OstiaW e colmarlo di decine di bottiglie di alcolici e stuzzichini che venivano, immancabilmente, mangiati con una buona dose di sabbia.

Le feste erano tutte divertenti e finivano, quasi sempre, bene.

La storia che vorrei raccontarvi oggi ha per protagonista lo stesso Gab che nell’ultima festa, quella del 2008, tentò di abbandonarmi sulla spiaggia.

La festa, a base di alcol e insalata di riso sabbiosa, era stata preparata per festeggiare il compleanno di una nostra amica.

Il buon Gab, dopo le prime ore, aveva già tracannato come un cammello e aveva smesso di connettere già da svariati minuti quando improvvisamente, spiegandoci che voleva andare a vedere il mare, era scomparso nel buio della notte dirigendosi verso il bagnasciuga.

Quella sera non c’era la luna e, al di fuori del cono di luce creato dalle torce che illuminavano l’accampamento, regnava il buio più assoluto. Per questo motivo, appena ci rendemmo conto del fatto che Gab, in quello stato, sarebbe potuto scomparire facilmente in mare, lui era già scomparso.

Iniziammo a cercarlo sparpagliandoci sulla spiaggia e chiamando a gran voce il suo nome e solo dopo parecchi minuti uno di noi ebbe la fortuna di imbattersi in un grosso sacco di patate abbandonato in un angolo: era il buon Gab che, preso dal sonno, giaceva a pancia sotto sulla fredda e umida spiaggia.

La festa era finita per cui, ripulita la spiaggia dall’immondizia e da Gab, discutemmo su chi dovesse essere il fortunato che avrebbe dovuto riportarlo a casa e la sorte baciò la mia bocca.

Caricato sulla macchina facemmo una prima sosta un bar di Ostia nella speranza che un buon caffè potesse donargli nuovamente un aspetto umano.
Mentre parcheggiavo sul lungomare rischiammo la rissa: Gab, da dentro la macchina, incominciò freneticamente ad additare una tizia che ci veniva incontro lodandone le graziose forme e non fermandosi neanche quando ci era arrivata, oramai, davanti.
La cosa brutta era che la tizia era accompagnata da un armadio di muscoli. La cosa bella è che l’armadio ci risparmiò.

Nel bar Gab prese un caffè che incominciò a mischiare come se dovesse montare la panna. Ma nonostante questo il barista non fu attratto da questa scena quanto dal volto di Gab dal quale non staccò mai gli occhi – sgranati – di dosso.

Mi soffermai anche io ad osservarlo ma a parte la sua solita incolta barbetta non notai nulla di strano.

In macchina, alla luce dell’abitacolo, tutto mi fu chiaro: quella incolta barbetta non era altro che una uniforme panatura di sabbia che Gab aveva acquisito dopo essere stato sdraiato per terra durante la festa.

Lascio questo mio scritto come memento per i barboni della spiaggia che verranno.

L'alcol non è un gioco


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